Tragedia di Livorno, i punti da chiarire nell’inchiesta penale

di FILIPPO PETROCELLI

Renzo, nella sua casa ad Antignano che fronteggia la spiaggia del Sale, si è salvato nuotando nel salotto pieno d’acqua fino quasi al soffitto, con mobili e sedie che gli vorticavano intorno come nel film Titanic.
Sei persone, tra titolari e camerieri, della pizzeria La Terrazza in piazza delle Carrozze a Montenero, si sono viste piombare nel locale una fiumana di acqua, fango e auto spazzate via, e sono riusciti fortunosamente a salire al primo piano e poi sul tetto, dove sono rimasti ore (non rispondeva nessuno, racconta Vanessa, Comune,Vigili del Fuoco, alla fine ha risposto il centralinista del Tirreno che ci ha chiamato un taxi, che però non è riuscito ad arrivare a destinazione perché le strade erano allagate).
Rossella, di via Garzelli in Collinaia, anche lei salita sul tetto con mariti, figlie e e cane per sfuggire all’acqua densa di mota dove stavano per affogare, di quella notte ricorda soprattutto le urla. E poi, peggio ancora, le grida straziate, la mattina, di chi cercava Martina, la giovane sposata da appena un mese, travolta dalle acque che l’hanno trasportata fino al mare, per circa tre chilometri, mentre il marito Filippo si è salvato miracolosamente dopo aver fatto lo stesso percorso nel fango sbatacchiato tra auto, alberi, lampioni.
I racconti di chi è sopravvissuto all’alluvione di Livorno della notte tra sabato 9 e domenica 10 settembre – 8 i morti in città, più un giovane deceduto in un incidente stradale forse a causa del maltempo – evocano scenari da Apocalisse, o del più spaventoso film dell’orrore.
L’evento meteorologico è stato indubbiamente violentissimo.
I mesi e mesi di straordinaria siccità hanno influito di sicuro non poco, l’acqua non veniva assorbita dal suolo e scivolava come sul marmo; i tombini sono esplosi e il sistema di deflusso delle acque non ha retto. Fiumi e rii hanno esondato. Ci sta che la manutenzione dei corsi d’acqua non sia stata sufficiente ed adeguata. E che l’eccessivo consumo o uso sbagliato del suolo dei decenni precedenti abbia reso più devastante l’esito della pioggia battente. Di tutto questo, certo, non ha colpa il sindaco di Livorno Filippo Nogarin, né chi gestisce la protezione civile comunale.

Eppure, resta il ragionevole dubbio che, forse, qualcuna di quelle terribili morti si sarebbe potuta evitare se, chi doveva, avesse avvertito con una telefonata o in altri modi (il sindaco di Colle Lorenzo Bacci ha mandato in giro pattuglie con megafoni) le persone che vivevano nelle case a maggior rischio idrogeologico, come la famiglia Ramacciotti, madre, padre, un figliolino di soli 4 anni, il nonno, tutti deceduti nella loro bella villetta inizi Novecento in viale Nazario Sauro, a pochi metri dall’Accademia Navale. La famiglia Ramacciotti era schedata nel piano della Protezione Civile livornese stilato dall’ex dirigente Leonardo Gonnelli tra quelle da avvertire per primi, con l’alert system (il comune ha schedato tutti i numero fissi della città e un buon numero di cellulari per avvisare), e in casi estremi andando a suonare al campanello o avvisando con pattuglie dotate di altoparlante. Il che avrebbe presupposto un monitoraggio costante per vedere l’evolversi del meteo e dello stato dei corsi d’acqua, una volta avuta la prima allerta da parte della Protezione Civile Regionale, e dopo le successive allerte in crescendo, sempre emanate dalla Regione.

Sennonché, come già scritto da Altratoscana.info, la protezione civile comunale era stata smembrata 32 giorni prima dell’alluvione. Il dirigente Gonnelli mandato all’ufficio traffico a districarsi fra rotatorie e strisce blu. Il settore riposizionato, come decenni prima, quando la cultura della protezione civile era ben diversa,  sotto il Comandante della Polizia Municipale Riccardo Pucciarelli. Il quale aveva mandato in ferie in contemporanea, fuori Livorno, la nuova responsabile dell’ufficio Michela Pedini, e il suo vice Riccardo Stefanini (ex braccio destro di Gonnelli). Gli altri tecnici di rilievo erano stati spostati in altri uffici. Pucciarelli, nonostante l’allerta meteo arancione lanciata dalla Regione nel primo pomeriggio, era a casa sua, fuori città, e non è tornato a Livorno se non nella mattinata del 10. A reggere il peso della terribile notte, c’era un solo tecnico reperibile, Luca Soriani, geometra di livello C, che, come si legge nel comunicato pubblicato sul sito del Comune  (leggi qui) si è dovuto barcamenare fra sala operativa e servizi all’esterno per verificare lo stato dei fiumi, senza nessuno che rispondesse al numero fisso della Protezione Civile.

Come ha evidenziato dall’ex presidente del Consiglio Comunale livornese ed ex membro di Buongiorno Livorno Giovanna Cepparello, nella seduta consiliare di mercoledì 20 settembre, è tutto da dimostrare se il protocollo che deve osservare la Protezione civile del Comune (leggi qui le Disposizioni in attuazione dell’art. 3 bis della Legge 100/2012 e della Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27.02.2004 -Sistema di Allertamento Regionale e Centro Funzionale Regionale) sia stato rispettato. La consigliera ha letto l’allegato 1, chiedendo se i vari step fossero stati rispettati dal sindaco, il quale ha continuato solo a rispondere “Si legga il report, si legga il report”. Intendendo per report il comunicato stampa di cui sopra, che peraltro sorprendentemente era stato smentito in alcune sue parti dallo stesso dirigente Pucciarelli (e qui viene da chiedersi com’è che sia potuto partire un comunicato stampa della Protezione Civile non rivisto dal suo dirigente) e in parte dallo stesso Nogarin. Entrambi hanno contestato il punto del comunicato in cui si dice che il referente della protezione civile è stato in costante contatto telefonico dalle 4 di mattina in poi con Pucciarelli e Nogarin: quest’ultimo nella rettifica ha scritto di essere stato avvisato dal suo capogabinetto Massimiliano Lami solo alle 6.45, anche se in un’intervista aveva affermato invece di essere stato a svuotare il suo scantinato allagato per tutta la notte, al che viene da chiedersi com’è che un sindaco con la casa alluvionata non venga in mente di accertarsi di come stia la sua città).

Sarà la magistratura, che ha aperto un’inchiesta, ad accertare se ci siano responsabilità  penali a carico di qualcuno, anche sulla base del vigente “Aggiornamento delle disposizioni regionali in attuazione dell’art. 3 bis della Legge 225/1992 e della Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 27.02.2004 “Sistema di Allertamento Regionale e Centro Funzionale Regionale”.
Certo è che, responsabilità penali o meno, l’alluvione di Livorno potrà entrare nei manuali per come è stata comunicata male dal Comune l’emergenza, prima, durante e dopo.
Si parte dal primo comunicato stampa inviato dall’ufficio Comunicazione e Marketing del Comune (il nome che Nogarin ha dato all’ex Ufficio Stampa) nel pomeriggio del 9 settembre con un macroscopico errore: nel fare copia-incolla tra il pezzo inviato dalla Protezione Civile regionale sull’allerta arancione per pioggia, invece di mettere i consigli per la cittadinanza in caso di rischio idraulico, sono state appiccicate le prescrizioni “in caso di vento”. E va beh, si dirà che nessuno legge quelle prescrizioni, ma intanto si era cominciato male.
Si passa al silenzio comunicativo dell’intera notte, in cui nessuno e tantomeno la stampa è stata avvisata che il fenomeno metereologico stava montando (nonostante la Regione stesse tempestando di avvisi). quanto all’avviso telefonico ai cittadini, che nelle prime interviste dopo l’alluvione Nogarin aveva definito inutile, visto che la Regione manda un’allerta arancione un giorno si e una no, c’è da chiedersi allora come mai nelle setimane successive al disastro questo avviso è stato mandato in due occasioni, la seconda per un’allerta nemmeno arancione, ma solo gialla. C’è poi il comunicato-report di cui abbiamo già parlato, che ha portato alle dimissioni del portavoce Tommaso Tafi (le dimissioni sono state respinte dal sindaco, ma Tafi si è messo comunque in congedo non pagato “per motivi familiari”).

Infine, c’è la storia della App della Protezione Civile Regionale, un dispositivo avveniristico che manda un suono di sirena anche in caso di cellulari spenti o non raggiungibili per problemi di campo, ai sindaci e addetti alla protezione civile che l’abbiano installata. Filippo Nogarin –  incalzato dal presidente Enrico Rossi sicuro che chi possiede un’App del genere non può non sapere fino alla mattina dopo che la città si sta allagando –  ha dichiarato a mezzo stampa di non saperne niente e di non averla mai ricevuta. Il referente della Protezione Civile ha dimostrato invece che non solo gliel’aveva consegnata, nel dicembre 2016, con tanto di password e istruzioni per attivarla, ma che Filippo Nogarin in persona aveva firmato il verbale di consegna. Sempre a mezzo stampa il sindaco di Livorno ha affermato che firma troppi documenti per potersi ricordare di tutti.
Resta da vedere che peso avrà, ai fini dell’inchiesta della Magistratura, il mancato utilizzo della App acquistata dal Comune pare per 14.000 euro. Certo è che dal punto di vista della comunicazione, tra una contraddizione e l’altra, Nogarin ha dimostrato quantomeno che di comunicazione pubblica, e di comunicazione in situazioni di emergenza, ne sa pochino, nonostante un portavoce, un ufficio comunale Comunicazione e Marketing di ben sei persone, e alle spalle una rete di comunicatori come la Casaleggio & Co. dalla quale, Grillo compreso, non una parola in sostegno né di solidarietà al suo sindaco 5 Stelle è finora pervenuta. Per la verità, nemmeno una parola di solidarietà e di vicinanza per chi ha perso familiari e per i tantissimi che hanno visto spazzar via le proprie case e attività. Ma forse sarebe pretendere troppo.