Unicoop Tirreno sempre più emiliana

Unicoop Tirreno pare destinata ad intrecciare sempre più i propri destini con quelli di Alleanza 3.0, il gigante delle coop emiliane e del nord-est che ha quartier generale a Bologna. Stretti tra la crisi dei consumi, i rilievi di Bankitalia e una drammatica sequenza di bilanci in rosso, i toscani si sono coperti le spalle (e le finanze) grazie agli accordi intercorsi con Alleanza 3.0. Ma certe alleanze non sono gratis. Prima o poi si deve pagare pegno in termini di cessione delle leve di comando e di sostanziale autonomia.

Si annuncia un fine anno impegnativo per i vertici di Vignale alle prese con la stesura del consuntivo 2016 che ancora una volta si annuncia in perdita. Già negli anni precedenti era scattato l’allarme rosso. Nel 2014 il risultato negativo era di 19,2 milioni; nel 2015 la frana si attestata poco sotto, a quota 18,9 milioni. Ma è soprattutto lo scarto che si registra annualmente tra “valore della produzione” e “costi di produzione” che getta una luce sinistra sulle difficoltà strutturali: una perdita di 32,6 milioni nel 2015, mentre erano 36,4 l’anno precedente. Un quadro di grandi e diffuse criticità che porta la stessa società di revisione Ria Grant Thornton incarica di esaminare i conti a scrivere nella relazione finale che “il risultato caratteristico riferito agli esercizi 2016 e 2017 è atteso ancora negativo”. In poche parole è un avvertimento agli amministratori, “se continuate così andate a sbattere”.

Anche la Banca d’Italia accende un faro sull’attività finanziaria di Unicoop Tirreno che, pur non essendo una banca, è la più grande cassaforte del piccolo risparmio delle famiglie di questa fascia costiera: ben 1,19 miliardi di euro di prestiti sociali a fronte di un patrimonio netto di 240 milioni. Un rapporto squilibrato che Bankitalia chiede di riportare al più presto nei normali parametri.

Normalmente quando una grande azienda mette in fila per alcuni anni  risultati negativi nelle vendite, nella gestione e sul piano finanziario, viene cambiato il management. In questo caso non è così. Unicoop è un’azienda particolare come tutti sanno e, oltretutto, soluzioni traumatiche al vertice trasmetterebbero segnali di incertezza e tensione con effetti che potrebbero aggravare le difficoltà. Così, mentre il vertice resta formalmente invariato, è arrivato nella sede di Vignale Piero Canova con l’incarico di direttore generale. Il suo nome è stato fatto dal presidente Marco Lami ma è evidente che Canova viene a commissariale Unicoop Tirreno con un preciso mandato: rimettere in ordine i conti e ridisegnare l’architettura societaria.  Non è un caso che il professionista sia stato scelto fuori dal mondo delle cooperative e, soprattutto, senza legami con il variegato mondo coop toscano. Un modo per sottolineare che dovrà godere di mano libera per ristrutturare l’azienda.

Piero Canova si è insediato alla fine di settembre, ma dopo appena qualche settimana il tam tam ha cominciato a rullare. Primo obiettivo degli interventi di risanamento potrebbe essere la stessa sede di Vignale considerata, nella vulgata aziendale, un centro dirigenziale con stipendi troppo alti e con troppo personale.  Una cura dimagrante è pertanto auspicabile. Inoltre ci saranno da rimborsare le rate dei prestiti contratti per le ristrutturazioni di alcuni supermercati, non ultimo quello del centro commerciale di Venturina. Ma la  vera partita riguarda gli assetti di Unicoop Tirreno: aver intrecciato i propri destini con un gigante quale Alleanza 3.0 significa aprire le porte a un progressivo trasferimento di poteri verso quest’ultima. Potranno chiamarla collaborazione, integrazione, fusione, sinergia strategica: alla fine il risultato non cambierà. Dopo oltre settanta anni la gloriosa Proletaria di Piombino , poi divenuta Unicoop Tirreno, sembra destinata a imboccare la strada del tramonto per diventare un braccio operativo del maxi-agglomerato della distribuzione emiliana.