Viareggio, mezzo secolo dopo il caso Lavorini divide ancora. Nonostante la sentenza

Era inevitabile e scontato che quella maledetta storia, una brutta storia che marchiò la città, tornasse a galla. La scadenza del mezzo secolo dal 31 gennaio 1969 ha fatto nuovamente lievitare l’attenzione su Ermanno Lavorini: fu il primo rapimento di un ragazzino di 12 anni avvenuto in Italia. Altro che oblio, voglia di dimenticare e scacciare gli incubi di quei giorni. La storia, purtroppo, è storia. E va raccontata e tramandata nel tempo. Per ricordare. Per non dimenticare, anche se oggi chi ne parla e ha voglia di discuterne, ricordando particolari e personaggi – all’epoca dei fatti era da poco adulto o più piccolo o quasi coetaneo della vittima – è prima di tutto solidale con i familiari di Ermanno, per un mese e mezzo, figlio, fratello, cugino o nipote di tutti gli italiani.

Se a quei tempi ci fosse stato Google, i nomi di Viareggio e Lavorini sarebbero stati senza alcun dubbio i più ricercati dal popolo della rete. Ma anche a distanza di mezzo secolo da quei drammatici e convulsi giorni che catapultarono la città sotto i riflettori di mezzo mondo, si continua a non trovare la ‘verità assoluta’, visto non coincidono quella processuale e con quella del discorso da bar, ora ‘discorso da social’. Ignoranza (nel senso di non sapere) oppure voglia di semplificare una vicenda in poche battute, anche grevi? Difficile dirlo. Ma quei giorni di 50 anni fa, dal rapimento al ritrovamento del corpo della ragazzina sulla spiaggia di Marina di Vecchiano, furono un convulso susseguirsi di versioni, interrogatori, indiscrezioni. Un tritatutto. Una città sotto scacco, imbarazzata e incredula. Alla berlina di battute a doppio senso. Con la squadra di calcio accolta a lancio di finocchi (ortaggi) in occasione dei sentitissimi derby con la Lucchese. Anche questa è storia.

Dunque, il problema è uno solo: la verità-verità è quella processuale – arrivata dopo i tre gradi di giudizio, emersa in Appello e confermata dalla Cassazione – oppure quella della gente che non conosce le motivazioni della sentenza definitiva? La prima, quella passata agli archivi della Giustizia, sancì che quel rapimento aveva una solida radice nell’estremismo di destra, forse addirittura il primo episodio di quella ‘strategia della tensione‘ che negli anni a seguire avrebbe caratterizzato la storia del nostro Paese, catapultato in quella ‘Notte della Repubblica‘ che per quasi tre lustri ha condizionato pesantemente il vivere quotidiano di migliaia e migliaia di persone, non solo i servitori dello Stato.

 Se per la suprema Corte di Cassazione – che emise la sentenza definitiva – il rapimento del ragazzo aveva una finalità politica (i soldi del riscatto sarebbero serviti per sostenere l’attività borderline di gruppi di destra), nel pensiero comune non solo lontano da Viareggio ma anche in città, a distanza di mezzo secolo la morte di Ermanno viene sempre inserita in un contesto che niente a che vedere con la pista del rapimento ‘politico’, bensì omosessualità e balletti verdi, coinvolgendo (successe dal gennaio 1969 in avanti per diversi mesi) in questo valzer di ‘vizi privati e pubbliche virtù’ politici e imprenditori, tanto da minare pesantemente anche la stabilità del governo cittadino.  Gli anni passano ma la musica è sempre la stessa: a ogni scadenza. le due verità vengono a contatto. Si discute. Ognuno cerca di trovare nuovi punti di vista, c’è chi azzarda nuove interpretazioni molto ardite, ‘esterne’ a quelle sui quali la città si è divisa nel tempo e ancora oggi. Ma le due verità continuano a non coincidere, anzi rimangono lontane. Così ognuno continua a raccontare la ‘sua’ , a cominciare dai protagonisti che hanno scontato la pena. Anche per questo, una tipica storia italiana.